Il Global Warming secondo il CNR

Secondo il più prestigioso ente italiano per lo studio del Clima, l’ISAC, collegato al CNR, il colpevole dell’attuale riscaldamento globale è la produzione antropica dei gas serra. In questo articolo presentiamo le principali tesi del recente documento curato da Antonello Provenzale e ci permettiamo anche di esplicitare qualche dubbio.
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A parere di chi scrive, le decisioni sulle strategie per affrontare in modo responsabile
le trasformazioni climatiche devono essere fondate su solide conoscenze scientifiche e su dati
oggettivi.” Così il direttore dell’ISAC (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima), che fa parte del CNR, Domenico Anfossi, scrive nella prefazione ad un importante volume che ha l’ambizione di “riassumere le conoscenze oggi disponibili sul clima, sui cambiamenti climatici globali e sul loro impatto sul territorio nazionale”, sulla base degli studi svolti negli ultimi anni. Studi, come viene ribadito spesso nel saggio, che hanno superato al rigorosa procedura scientifica del peer-review.

In altre parole il saggio vuole fare il punto sulle attuali conoscenze in ambito climatico, soprattutto collegate al Global Warming. Ripercorrendo in gran parte il IV Rapporto dell’IPCC, si conferma che negli ultimi 150 anni il nostro pianeta ha subito un aumento termico di circa 0,6-0,8°C, e che gli ultimi dieci anni sono stati probabilmente i più caldi da almeno quattro secoli. Collegata a questo indubbio aumento termico vi è poi una serie di conseguenze ambientali negative, che vanno dalla fusione dei ghiacci marini a quella dei ghiacciai montani, dagli incendi più estesi alla diffusione delle malattie, dall’aumento del livello del mare alle migrazioni di massa.

Passaggio cardine di tutto il documento è questo: “I risultati delle ricerche condotte sino al 2005 (…) hanno portato a concludere che, con altissima probabilità, la principale causa di cambiamento climatico è l’attività antropica, con l’immissione dei gas serra.” Quindi sono i GHG, i fatidici gas come la CO2, il metano e l’ozono i responsabili primi del Global Warming. Stabilito ciò, si passa alle proiezioni climatiche, effettuate mediante modelli simulativi informatici, che, seppur affetti da margini di incertezza (testuali parole), possono essere comunque utilizzati per avere scenari attendibili del futuro del pianeta.

La conclusione a cui tutte le simulazioni climatiche portano è questa: “sebbene ci siano ancora significative incertezze, dovute alla insoddisfacente conoscenza di molti processi climatici potenzialmente rilevanti, tutti i modelli concordano nello stimare che il riscaldamento globale proseguirà nel corso del XXI secolo”. Per poter fare fronte a tale scenario climatico è quindi necessario affidarsi a procedure di mitigazione (riduzione dei GHG) e a procedure di adattamento ai rischi del Global Warming.

Molto interessanti anche le parti del documento dedicate al nostro paese.
Se il cambiamento climatico è globale, non va però dimenticato che non è distribuito in modo uniforme. Vi sono infatti regioni che più di altre soffrono a causa del Global Warming. Una di queste è l’Europa e in particolar modo l’Italia, che viene definita un hot-spot, cioè un’area particolarmente sensibile al cambiamento climatico. Il Centro-Sud nell’ultimo secolo ha infatti visto aumentare gli episodi di siccità e gli eventi estremi, come i nubifragi. Il Nord-Ovest è stata poi l’area più colpita dall’aumento termico, con un aumento di un grado negli ultimi 50 anni! Non vanno neppure dimenticate la diminuzione della nevosità sulle Alpi con effetti catastrofici sui ghiacciai italiani, e l’espansione di parassiti e insetti nocivi, tra cui ad esempio la zanzara tigre.

Lo studio, curato da Antonello Provenzale, si conclude con un accorato invito affinché, partendo da tali conoscenze scientifiche, la politica si attivi verso scelte socio-amministrative volte ad affrontare il problema, quanto prima possibile.

Dall’attenta lettura del documento però emergono alcuni dubbi, che gradirei proporre all’attenzione del curatore e degli studiosi che lo hanno redatto. Pur avendo apprezzato molto la chiarezza e la ricchezza delle argomentazioni riportate, e pur condividendo in pieno il timore per l’attuale modello di sviluppo estremamente pernicioso per l’ambiente, vorrei in modo schematico sottolineare questi punti:

1. Cause naturali del Global Warming.
Nello studio non viene mai preso in considerazione il possibile contributo naturale all’attuale fase di riscaldamento globale, o meglio, viene velocemente valutato come trascurabile . Ora è indubbio che nel mondo scientifico, anche in quello più rigoroso dei peer-review, vi sia un dibattito ancora lungi dall’esser stato risolto, intorno al reale contributo della forzante solare come causa diretta (Irradianza e Flusso solare) e indiretta (Raggi Cosmici e ruolo nella formazione delle nubi basse) dell’attuale fase di Global Warming. Anche perché la scienza del Sole ha dimostrato come nel XX secolo la nostra stella abbia prodotto la massima attività elettromagnetica degli ultimi secoli (per alcuni scienziati addirittura degli ultimi millenni, cfr http://www.meteogiornale.it/notizia/16399-1-sole-di-nuovo-in-bianco-il-clima-forse-sta-mutando). Non da ultimo è in corso un esperimento denominato CLOUD al CERN per valutare scientificamente il ruolo dei raggi cosmici nella formazione delle nubi e quindi nel variare l’albedo terrestre (cfr. http://www.meteogiornale.it/notizia/15849-1-il-freddo-che-viene-dalle-stelle-ii-parte)

2. Aereosol e Nuvole.
Nello stesso documento viene più volte ribadito che “insieme alla nubi, gli aerosol rappresentano attualmente uno dei maggiori fattori di incertezza nei modelli climatici”. D’altra parte il ruolo di queste micro-particelle è fondamentale per valutare correttamente l’albedo terrestre e quindi il bilancio radiativo globale e regionale. Non solo: gli aerosol svolgono una parte fondamentale nella formazione delle nubi, le quali ancora una volta sono implicate in modo sostanziale nelle dinamiche relative alla misurazione del bilancio radiativo. In poche parole: un pianeta con più nubi medio-basse diverrebbe più freddo, con poche nubi o maggioranza di nuvole alte diverrebbe più caldo. Questa incertezza non è certo di natura secondaria, ma rappresenta un feed-back di fondamentale importanza in ogni simulazione climatica che voglia presentarsi come attendibile.

3. Riduzione del ghiaccio marino.
Nello studio si fa riferimento alle problematiche della banchisa polare artica, di cui spesso abbiamo trattato anche nel nostro giornale. Perché però non si cita mai il ghiaccio marino antartico che, pur essendo misurato cogli stessi strumenti, mostra da molti anni un trend positivo, cioè di crescita?
Senza contare che l’estensione del ghiaccio marino antartico, pur essendo più variabile nel corso dell’anno meteorologico di quello artico, è enormemente superiore a quest’ultimo (Cfr http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/current.anom.south.jpg).

In conclusione, riprendendo la citazione iniziale che condivido in pieno, se “le decisioni sulle strategie per affrontare in modo responsabile le trasformazioni climatiche devono essere fondate su solide conoscenze scientifiche e su dati oggettivi” allora mi sembra che manchi ancora qualche elemento di solidità all’attuale edificio della conoscenza climatica.

Il paper integrale del ISAC-CNR curato da Antonello Provenzale si può consultare al seguente indirizzo:
http://www.isac.cnr.it/documenti/ISAC-Clima.pdf